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Il Caso Alfie Evans e la Vita Assistita

Gianfranco Maselli 27-04-2018 44

Il 23 Aprile scorso il tribunale inglese ha ordinato che il piccolo Alfie Evans fosse staccato dai macchinari di respirazione assistita che lo tenevano in vita da quasi 2 anni.

La vicenda si è tramutata subito in una corsa contro il tempo per convincere le autorità a cambiare idea prima che la vita del piccolo si spegnesse ma, quando sorprendentemente quest’ultimo ha continuato a respirare per altre 10 ore senza l’aiuto dei macchinari di vita assistita la vicenda ha ripreso immediatamente linfa.

Infatti dopo l’inizio della procedura di distacco nella notte del 23 aprile alle ore 22.30 di Liverpool, privato prima della ventilazione e poi anche dell’ alimentazione e dell’ idratazione artificiali, nella mattinata del 24 Alfie Evans ha stupito i medici sopravvivendo per 10 ore senza ausili tecnologici, convincendoli a riattaccare il supporto vitale.

Per far luce sull’intera questione, per capire come mai il caso di questo bambino goda di una risonanza tanto ampia, come è finito a trascorrere per mesi una vita dipendente da macchinari di respirazione e idratazione assistita e cosa c’entra il tribunale europeo, l’Italia e il Papa dobbiamo tornare indietro nel tempo e raccontare questa storia dall’inizio.

Alfie Evans nasce il 9 Maggio 2016 nel Liverpool Women’s Hospital. Il bambino è in perfetta salute ma dopo pochissime settimane arrivano i primi problemi, segnali d’allarme che finiranno per essere (in un primo momento) sottovalutati dal personale ospedaliero.

Ai movimenti scoordinati simili a convulsioni, a cui i medici rispondono con rassicurazioni, e diagnosi da “sviluppo lento” si aggiungono un’infezione delle vie respiratorie e forti spasmi che convincono i medici ad attaccare il bambino a una macchina per la respirazione artificiale presso l’Alder Hey Children’s Hospital di Liverpool.

Dopo aver superato la crisi iniziale ed essere tornato a respirare il bambino contrae infatti una seconda infezione. Tornano le convulsioni, sempre più frequenti, e viene nuovamente attaccato alle macchine. Alfie Evans soffre chiaramente di un disturbo ben più grave di una semplice influenza.

Ma di che patologia stiamo parlando?

Diventa complesso per i medici inglesi dare una diagnosi precisa. Per alcuni il caso di Alfie Evans e del terribile malanno che lo tiene attaccato ad una macchina per la vita assistita non è molto distante da quello del piccolo Charlie Gard, affetto nel 2016 da una sindrome da deplezione del Dna mitocondriale manifestatasi, nei primi mesi, con le analoghe difficoltà motorie vissute da Alfie.

Secondo alcuni specialisti quest’ultimo sarebbe affetto dalla medesima malattia mitocondriale di cui soffriva il piccolo Charlie Gard.

La diagnosi non è dunque definitiva ma ciò che è certo, secondo la clinica inglese, è che dopo quasi due anni trascorsi attaccato a una macchina, il cervello del bambino presenta ormai una situazione irreversibilmente grave.

Si parla di una ampia perdita della sostanza bianca, i fasci di assoni mielinizzati che trasportano i segnali tra le diverse regioni del sistema nervoso centrale, ridotta ormai a meno del 30% di quella presente in un cervello sano.

I medici e gli specialisti affermano che il bambino è in uno stato semi-vegetativo e non potrà mai più recuperare delle funzioni cerebrali normali, suggerendo come, "nei suoi migliori interessi e per la sua dignità sarebbe più giusto spegnere le macchine, lasciando che la natura faccia il suo corso”.

A Tom Evans, giovane padre del piccolo che ha accusato di l’ospedale di Liverpool di tener in ostaggio suo figlio ha risposto la giustizia inglese che afferma come un paziente può essere staccato dai macchinari per la respirazione e l'alimentazione assistita solo se ha trascorso in coma un periodo di almeno 12 mesi e i medici ritengono che le sue condizioni siano irreversibili.

Per i bambini la decisione dovrebbe spettare a chi ne esercita la patria potestà, ma se non si raggiunge un accordo tra medici e famigliari un  giudice può imporre il distacco dalle apparecchiature, esattamente come è successo ad Alfie Evans ed alla sua famiglia lo scorso 23 Aprile.

Il bambino, dopo essere miracolosamente sopravvissuto senza l’utilizzo dei macchinari per la vita assistita, mostra segni di miglioramento a detta della sua famiglia che, per cercare di sottrarre il destino del figlio alla burocrazia e alla legge inglese ha rivolto un appello al Papa in persona.

L’appello è stato accolto non solo dall’ospedale Bambino Gesù di Roma che si è offerto di portare avanti la terapia personalmente ma addirittura, complicando ulteriormente la situazione, anche da leader politici come i ministri Angelino Alfano e Marco Minniti.

Questi ultimi hanno deciso di concedere al piccolo la cittadinanza italiana, per sottrarre la questione alle autorità e alla burocrazie britannica e trasferire il bambino presso l’ospedale romano del Bambino Gesù.

Si è costruita, tassello dopo tassello, una questione complessa e scottante che, prima ancora di abbracciare ampiamente argomenti come eutanasia e malasanità passando per etica e giustizia, è un dramma familiare.

I segnali di allarme mostrati da Alfie dopo la nascita sono stati sottovalutati compromettendo irrimediabilmente la salute del bambino. Il modus operandi medico del Women’s Hospital di Liverpool è sicuramente discutibile ma, parallelamente, si può davvero contestare il comportamento delle istituzioni inglesi e l’applicazione della loro legge? E quello dei genitori? Si può parlare di accanimento o di puro amore familiare? Come giudicare la proposta di cittadinanza Minniti-Alfano visti i tempi burocratici dilatati per concedere una cittadinanza e la salute altalenante del bambino?

Sorgono spontanee molte domande e, augurandoci un epilogo in ogni caso positivo, vi chiediamo: Millennials, cosa ne pensate?

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