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La Corte Europea Condanna La Russia Per L'Assassinio di Anna Politkovskaja

Samuela Zella 20-07-2018 77

“Non sono un vero animale politico. Non ho aderito a nessun partito perché lo considero un errore per un giornalista, almeno in Russia. E non ho mai sentito la necessità di difendere la Duma, anche se ci sono stati anni in cui mi hanno chiesto di farlo.

Quale crimine ho commesso per essere bollata come “una contro di noi”? Mi sono limitata a riferire i fatti di cui sono stata testimone. Ho scritto e, più raramente, ho parlato.

Pubblico pochi commenti, perché mi ricordano le opinioni imposte nella mia infanzia sovietica. Penso che i lettori sappiano interpretare da soli quello che leggono. Per questo scrivo soprattutto reportage, anche se a volte, lo ammetto, aggiungo qualche parere personale. Non sono un magistrato inquirente, sono solo una persona che descrive quello che succede a chi non può vederlo. I servizi trasmessi in tv e gli articoli pubblicati sulla maggior parte dei giornali sono quasi tutti di stampo ideologico. I cittadini sanno poco o niente di quello che accade in altre zone del paese e a volte perfino nella loro regione.

Il Cremlino ha reagito cercando di bloccare il mio lavoro: i suoi ideologi credono che sia il modo migliore per annullare l’effetto di quello che scrivo. Ma impedire a una persona che fa il suo lavoro con passione di raccontare il mondo che la circonda è un’impresa impossibile. La mia vita è difficile, certo, ma è soprattutto umiliante. A 47 anni non ho più l’età per scontrarmi con l’ostilità e avere il marchio di reietta stampato sulla fronte.”

Queste le parole di Anna Politkovskaja pochi giorni prima della sua morte, il 7 ottobre 2006, colpita da un proiettile alla testa nell’ascensore del proprio appartamento.

A 12 anni dall’assassinio, la Corte Europea dei Diritti Umani ha condannato la Russia in quanto “ha fallito nel promuovere indagini adeguate affinché potesse essere scoperto il mandante del delitto”, affermando che “era necessario tenere a mente la possibilità che il crimine fosse ordinato dagli agenti dell’FSB (polizia segreta sovietica) o dall’amministrazione della Repubblica Cecena”.

 

 

Ma facciamo un passo indietro, per comprendere a pieno la ragione per la quale la figura di Anna Politkoskaja faccia ancora parlare di sé a più di dieci anni dalla sua scomparsa.

Nata il 30 agosto 1958 a New York, figlia di due diplomatici sovietici ucraini, studia giornalismo e comincia la sua carriera da cronista in un famoso giornale moscovita, Izvestija. Nel 1998 si reca per la prima volta in Cecenia come inviata della Obščaja Gazeta.

Dal 1999 in poi, lavorerà per la Novaja Gazeta, pubblicando libri e articoli fortemente critici sulla politica bellica di Putin, con particolare interesse per la guerra cecena.

 

 

 

In Cecenia intervisterà militari russi e civili ceceni, accusando più volte di omertà gli ultimi due Primi Ministri della nazione, sostenuti dal Cremlino.

A seguito di numerose minacce e un tentato avvelenamento, muore nel 2006 nel giorno del compleanno del presidente Vladimir Putin, creando con la sua morte una bufera mediatica tutt’ora implacabile.

Le indagini si sono inizialmente concentrate su quattro uomini, incluso un agente dell’FSB, tutti assolti nel 2009.

Ulteriori prove hanno richiamato l'attenzione e il sospetto su tre dei quattro, escludendo questa volta l’agente.

Nel 2014, Rustam Makhmudov, il quale sparò il colpo fatale, e suo zio Lom-Ali- Gaitukayey, organizzatore dell’assassinio, sono stati condannati all’ergastolo.

“Nonostante ciò, un’investigazione in merito ad un omicidio del genere non può essere considerata adeguata se non è stato compiuto alcuno sforzo affinché fosse compreso chi avesse commissionato il crimine”.

Strasburgo non si dà pace.

Durante la sua carriera, Anna è diventata un emblema del giornalismo libero; come diceva lei stessa “l’unico dovere di giornalista è scrivere quello che vede”.

Per sempre avulsa dal potere e dalle fazioni, ma dalla parte dell’uomo e della sua dignità, la giornalista rappresenta, oltre che un esempio di massima dedizione e sacrificio, l’emblema della passione capace di soverchiare il mondo.

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