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L'arte vive per sempre e non si discute

Gianfranco Maselli 04-06-2020 7

-E poi cos’è successo? chiese Renato, continuando a fumare avidamente quello che restava del mozzone di una Pall Mall rossa. Alla fine si scottò le dita. Sobbalzò e finalmente si decise a spegnerla, affogandola nel piccolo posacenere di ceramica. La spense con forza tuffando dentro la cenere anche le dita, sporcandosele tutte.

Lentamente si voltò alla sue spalle e, chinandosi, tese il braccio verso il pavimento per recuperare il maglione sdrucito nel frattempo cascato metà su una tela e metà per terra, impolverandosi più di quanto già non lo fosse. Come al solito poggiarlo sullo schienale della sedia non era stata una buona idea.

Forse avrebbe dovuto tuffarsi dentro quel maglione molti minuti prima. La giornata era stata afosa ma ora era impossibile ignorare il fresco sopraggiungere della sera. Una sottile camicia in lino non era più sufficiente da sola. Il sole sarebbe tramontato da un momento all’altro e la vista del suo agitato interlocutore che, con inspiegabile disinvoltura, si copriva il torso solo con una canottiera, certo non lo riscaldava.

Questi, appunto, pareva completamente impazzito da circa una mezz’ora. Non riusciva a staccargli gli occhi di dosso e non riusciva a smettere di sudare imbrattandosi tutto. Chissà per quanto tempo quel maglione era rimasto lì, sul pavimento, pensava. Forse quindici, venti minuti, forse di più. Improvvisamente si sentì in colpa. Forse oltre ad averlo tediato con tutta quella storia lo aveva anche distratto. Ne era quasi sicuro ma ora era costretto a farsi coraggio e, tremante, a rispondere.

-È successo che due passi fuori dal treno e avevo capito che era tutta una boiata enorme, dottò. Stavo tutto sudato e eccitato. Ho seguito con lo sguardo la donna Arancia scendere nel sottopassaggio. Mi dovevo dare una mossa, così mi son girato di scatto verso il vagone ed ho incrociato lo sguardo del controllore che mi guardava dietro il vetro sporco dell’uscita. Con quello c’ho trascorso circa 4 ore di viaggio. Stava nei sedili alla mia destra e aveva passato almeno la metà del tempo a parlarmi. Mi aveva fatto un sacco di complimenti sui miei capelli. E quanto so’ belli, e che bei ricci, e li portavo anch’io così anni fa, e che ricordi, e le manifestazioni studentesche, e il 68…

Dottò la terza volta che mi fece notare quanto fossero belli i miei ricci mi son sentito a disagio e ho fatto quello che dovevo fare. -

-E che ha fatto? Disse Renato accendendo un’altra sigaretta. In pochi minuti aveva riempito un posacenere intero. Le cicche erano addossate l’una sull’altra. Pareva si spintonassero, facendo a gara per emergere da un oceano di cenere.

-Dottò io non voglio essere cattivo, anche se so di essere una persona spregevole. C’aveva dei buchi in testa grandi come le spianate che si incontrano in un campo di grano maturo del Tennessee. Lei c’è mai stato in Tennessee?

-Guardi, io non ci sono mai stato ma in Basilicata lei può trovare gli stessi campi di grano con le stesse spianate, non c’è mica bisogno di andare fino in Tenesse.

-Neanche io ci sono mai stato Tennessee ma un tizio del Dams sì, anni fa. C’ha scattato un sacco di fotografie, vedesse dottò!

-Ma questi capelli?

-Ah giusto, le dicevo proprio sinceramente che so di essere uno schifo di persona però, davvero, il fatto che continuasse a parlarmi dei suoi capelli mi turbava sempre di più. Non riuscivo a scollare gli occhi dai buchi che c’aveva per la testa.

-E quindi si può sapere che ha fatto?

-Sono stato costretto, seppur dopo interminabili minuti di esitazione, a cambiare posto usando come scusa il bagno. Ho finto di dover andare a pisciare ma mi sono portato l’intera valigia dietro, assieme a tutte le tavole, le matite ed i colori.

-Lei giustamente va al gabinetto a disegnar fumetti. Non le pareva un escamotage un po’ becero?

-Infatti dottò son sicuro di averlo guardato con un’espressione da ebete mentre cambiavo vagone. La sua faccia invece era di scusa più che imbarazzo, come quella che ha fatto dopo quando mi ha visto scendere dal treno prima del tempo per inseguire la donna che si era seduta di fronte a me poco dopo.

-La donna Arancia?

-La donna Arancia.

Seguì una pausa interminabile. Andrea sembrava aver terminato un flusso di coscienza che da 10 minuti non trovava fine e ora si guardava intorno nervosamente. La sua faccia era di scuse più che imbarazzo, come quella del controllore. Era di nuovo sudato e guardava Renato sorseggiare ogni tanto il Borghetti che stringeva nel palmo della mano destra. Vertiginosamente lo mescolava ad intervalli regolari di un minuto con un movimento circolare. Sembrava dovesse traboccare e versarsi per terra da un momento all’altro.

Andrea si asciugava nervosamente le mani sul tavolino di velluto rosso e poi le passava fra i ricci neri e unti e poi sulla canottiera bianca e poi sui jeans sdruciti e poi di nuovo fra i capelli. Sul viso un accenno di barba incolta, negli occhi la luce di chi vuol rompere il silenzio ma non sa se continuare a raccontare o dire qualcosa di erudito possano rappresentare valide alternative per riuscirci.

Renato invece, tutto serioso, nascondeva in realtà un divertimento senza fine davanti a quel giovane artista tanto impacciato e logorroico quanto promettente. Ogni tanto con le mani si sistemava il colletto della camicia, che spuntava fuori ingovernabile dal vecchio maglione. Tutte le volte sembrava quasi lo ammaestrasse come si fa con le giovani bestie che devono imparare. Poi tornava a fissare il suo interlocutore inumidendosi le labbra e accendendosi, ogni volta, un’altra sigaretta.

Tutte le volte che i loro sguardi si incrociavano Andrea sobbalzava tutto che pareva dovesse schizzar via ogni volta fuori dal suo corpo, così forte da arrivare dalla Sala Omnibus alla fine del corridoio in un lampo, fino a rotolare fuori dall’ingresso per poi ritrovarsi sull’asfalto di Via dei Condotti, stesso a pancia in su.

Nel Caffè la luce del tardo meriggio filtrava attraverso le uniche due vetrate che si affacciavano sull’esterno, quella dell’ingresso e quella del finestrone adiacente. Il vociare degli studenti sfumava e sembrava disperdersi lungo le viuzze laterali. Lungo Via dei Condotti il marasma dei giovani rivoluzionari, figli del fallimento del 68, andava via via scemando per le strade, trascinandosi dietro il sorgere della sera e confondendo gli slogan con le frivole chiacchiere dei turisti.

 

Illustrazione di Andrea Gattabuia

 

Non sarebbe trascorso molto tempo prima dell’inizio della degenerazione, della paura, delle stragi, dei rapimenti.

-Che secchezza delle fauci, dotto’.- disse Andrea, che pareva aver trovato un buon modo, qualunquista al punto giusto, per rompere il silenzio.

-Non ce ne si può sorprendere, soprattutto a metà Giugno-  rispose Renato, cercando di incrociare il suo sguardo con quello di Alfredo, il giovane cameriere che camminava su e giù per la sala. -Poi l’hanno detto alla televisione: l’estate del ’76 sarà una delle più calde di sempre.

-L’ho sentito anch’io ma che significa, poi, di sempre… Oggi niente dura per sempre dottò, fra 10 anni potrebbe essercene pure una ancora più calda. Mi dica c’è qualcosa che possa mai durar per sempre? Lei può dire magari degli ultimi 20, 30, 40 anni. Invece l’altro giorno io ho sentito Aba Cercato parlare dell’estate più calda di sempre. Dottò io a quella lì la perdonerei per certe boiate solo se facesse all’amore con me.

-E la donna Arancia? L’ha già dimenticata?

-Dottò se quello era amore allora era solo un atroce inganno, una carota lasciata penzolare sul naso degli idioti. Ero pure sicuro che nel treno ad un certo punto, dopo tutti quelli sguardi, si fosse scosciata appositamente per me. Si era tirata su leggermente il vestito arancione e le cosce abbronzate avevano fatto capolino. Sentivo già l’odore degli agrumi. Sembrava di stare a Ribera, in provincia di Agrigento. Quando è scesa a Termini sono sceso anch’io. L’ho seguita fino a Via de Serpenti e poi l’ho persa fra i turisti. Che si fa così secondo lei? Sparire senza neanche avvisare, dopo quello che c’era stato. Lasciarmi in pieno centro a Roma con una valigia semivuota, alcune delle tavole più brutte che abbia mai disegnato, una sete pazzesca e nessuna lira in tasca.

-Caro Pazienza vuole un'altra limonata?

-No grazie dottò, gentilissimo. Poi sto male se ne bevo troppe. Poi le ho detto ora che non c’ho una lira nei calzoni.

-Ma guardi che pago io.

-Beh allora ne prendo anche due, và!

Con tempismo non proprio perfetto Renato riuscì a intercettare Alfredo e ad ordinare altre due limonate e un altro Borghetti. Pochi istanti dopo il cameriere tutto bello pimpante e pettinato era già di ritorno al tavolo. Sul vassoio anche un paio di pasticcini. Ad Andrea brillavano gli occhi. Renato invece si ritrovò a guardarlo con dolcezza e a pensare al destino di quel ventenne.

-Andrea lei ha fatto un gesto sconsiderato a scendere dal treno, lo sa, vero? Facciamo che le pago io il biglietto per tornare a Bologna ma prima vorrei farle una domanda.

Andrea improvvisamente non guardava più i pasticcini. In un attimo incrociò le gambe e, passandosi tutte e due le mani sulla faccia, dalla fronte al mento, distolse lo sguardo dal tavolino per lanciarlo dritto negli occhi di Renato, facendosi serio serio.

Sembrava aver cambiato faccia con un gesto delle mani, quasi un gioco di prestigio.

-Se mi permette vorrei farle io due domande, prima. - Senza attendere che il suo interlocutore rispondesse affermativamente, continuò: -Perché sta dipingendo la vista del Caffè dal nostro tavolino? È mezz’ora che ci penso. La vedo lì che si beve i suoi Borghetti, fuma e ogni tanto si china e spennella qua e là. Mi sono seduto sfacciatamente qua non solo perché l’ho riconosciuta e volevo farle vedere le mie tavole ma anche perché proprio non capivo. Perché non il solito nudo, una figura femminile pensosa, dei bagnanti, i ragazzi arrabbiati che manifestano per strada?

-E la seconda domanda? Chiese Renato.

-La seconda? Ah sì! La seconda è: perché non ha ancora risposto alla domanda che le ho fatto prima? Me ne sono accorto sa!

Renato adagiò il bicchiere sul tavolino. -Che domanda? - chiese, fingendo un’espressione perplessa e di non aver capito.

-Quella che le ho fatto pochi secondi fa. C’è forse qualcosa che possa mai durar per sempre?

Renato si accese un’altra sigaretta. Poi sospirò. Chinandosi prese il quadro che poggiava sul pavimento e se lo mise sulle ginocchia, con la facciata rivolta verso Andrea.

-Ebbene, caro Pazienza, tu conosci già la risposta a questa domanda. Tutti noi la conosciamo. Tutte le persone che siedono in questo Caffè la conoscono. Anzi, direi che forse è proprio la risposta a questa domanda a portarli, quasi ogni pomeriggio, a spendere il loro tempo proprio a questi tavolini e non in un altro posto. Lei ha passato una brutta giornata ma è anche un uomo fortunato. È fortunato perché la risposta a questa domanda è ciò che spinge anche me non solo a venire a giorni alterni al Caffè Greco ma anche a dipingerlo.

Tutto quanto è destinato a scomparire. Questa è una società caduca e a me va bene così. Oddio, non è che mi vada proprio benissimo ma non posso far altro che lasciarla scorrere continuando a impegnare le mie giornate con ciò che so fare meglio: dipingere e vendere ciò che produco. Bada bene, non lo faccio soltanto perché mi fa stare bene.

-E se non per questo, per cosa?

-Anni fa un caro amico in televisione disse una cosa santa che mi fece tanto riflettere. Disse che tutti in questo mondo possono essere considerati consumatori e, contemporaneamente, produttori di merci di consumo. Un panettiere, un fioraio e, allo stesso modo, un ingegnere e un medico. Ora guardati attorno e dimmi se non è una rarità tutto questo. Ad eccezione dei fan, dei turisti e dei curiosi qui dentro ognuno di noi produce invece qualcosa che è, di fatto, inconsumabile. Un romanzo, una canzone, una tela, un fumetto. Morirò io, morirà lei anni e anni dopo, morirà il suo editore, morirà il mio agente ma, di fatto, noi sopravvivremo.

Un’ opera d’arte, come tale, non può consumarsi. Vive per sempre e non si discute. Se io in questo momento mi alzassi, facessi una camminata ed entrassi nella Cappella Cerasi di Santa Maria del Popolo per distruggere Crocifissione di san Pietro questo non sarebbe un’azione tanto crudele quanto inutile? Se avessi la pretesa, con questo gesto, di aver cancellato completamente l’opera del Caravaggio non peccherei di stupidità, oltre che di tracotanza? Distruggere un quadro non può significare cancellare dal nostro immaginario il suo ricordo, la sua storia, l’estasi che prodotto per secoli nei miliardi di spettatori che si sono ritrovati ad ammirarlo. Ma eccoci al paradosso.

Anche questo posto, un giorno, potrebbe diventare polvere, nonostante sia anch’esso un’opera d’arte.

-Un’opera d’arte?

-Eccome mio caro Pazienza! Roma negli ultimi 50 anni ne ha viste di cotte di crude, figuriamoci negli ultimi 200. Eppure questo posto è rimasto qui, per due secoli. Ha riunito artisti e intellettuali, ha fatto nascere emozioni, idee, progetti, collaborazioni, amicizie, amori. Non è forse, tutto ciò, un’opera d’arte? Ora mi dica, come può un’opera d’arte morire? Immaginarlo non è tanto crudele quanto impossibile?

-Crudele certo, impossibile proprio no se a morire dovesse essere il Caffè Greco e non il Colosseo.

-Esatto! E le sembra giusto tutto questo? Non le sembra tragico? Come può qualcuno che si occupa di arte rimanere insensibile a questa triste eventualità? Come può non usare la propria facoltà di produrre qualcosa di realmente inconsumabile ed immortale per trasformare meritatamente queste quattro mura così nobili ma così mortali in qualcosa di imperituro?

La faccia sudata di Andrea s’asciugò e si riempì di un sorriso tutto genuino. Per la prima dall’inizio della conversazione si sentiva a suo agio, nel posto giusto, davvero. Per la prima volta riusciva a non pensarsi inadeguato di fronte a Renato. Per la prima volta riusciva a ricordarsi chi aveva davanti senza soffrire di disagio, di inferiorità, di immotivata ansia da prestazione.

Renato frugò nella tasca di dietro dei suoi pantaloni. Ne venne fuori un portafoglio di pelle tutto rovinato, rigonfio come un calzone, da cui traboccavano banconote d’ogni taglia. Renato ne estrasse 1000 lire, le poggiò sul tavolo e le fece scivolare verso la parte opposta. Andrea si alzò in piedi, con fare solenne:

-Ecco perché lei è quello che è, maestro. Desidero ringraziarla. - disse commosso.

-Preferivo quando mi chiamavi dottò.

-Ah, dottò, cosa voleva chiedermi prima?

-Prima quando?

-Prima. Voleva farmi lei una domanda e io poi l’ho interrotta bruscamente con le mie di domande. Che maniere bestiali, lo diceva sempre mia madre!

-Ah sì! Sa, Pazienza io la vedo così tranquillo. Voglio dire, se io mi fossi perso a Roma senza una lira a vent’anni avrei frignato per tutto il tempo, piuttosto che girovagare a piedi per kilometri finendo a bere serenamente limonata al Caffè Greco. Non le nego che mi sarei disperato. Perché lei, invece, non sembra preoccuparsi della sua condizione?

-Perché niente è per sempre Dottò, nel bene e nel male. C’abbiamo abbastanza tempo per preoccuparci delle cose serie, come fa lei. C’è n’è poco di tempo, invece, per preoccuparci di problemi scemi come quello di un ventenne bloccato nella città più bella del mondo senza un soldo. Se poi questo ventenne finisce al Caffè Greco a parlare con Renato Guttuso non ci sta proprio nessun problema, non crede dottò?

Renato sogghignò compiaciuto, non c’era altro da dire. Si chinò di nuovo a terra per prendere la tela su cui stava lavorando ma poi si rese conto, goffamente, che ce l’aveva ancora stretta fra le mani. L’aveva tenuta lì, poggiata sulle sue gambe, per tutto il tempo. Il colore era colato tutto giù, sporcandogli i pantaloni.

Andrea arraffò piano piano le 1000 lire sul tavolino. Osservò Guttuso un’ultima volta e poi uscì a passo svelto dalla sala, senza voltarsi mai. Non si sarebbero mai più rivisti. Andrea percorse di fretta il lungo corridoio che divideva la Sala Omnibus dall’entrata del Caffè Greco. In un attimo la fretta si trasformò in una gioiosa corsa. Le pareti costellate di quadri, lettere d’altri tempi e pagine ingiallite dal tempo ed incorniciate presero a scorrere veloci lungo i bordi del suo sguardo.

In un attimo si ritrovò fuori dal Caffè Greco ed era già sera su Via Dei Condotti. Una fresca brezza s’era alzata e ci voleva certamente più d’una canottiera per coprirsi e ad affrontare quella fresca sera di Giugno, ma non era certo un qualcosa di cui preoccuparsi.

 

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