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IL BAROMETRO DELL'ODIO

Gianfranco Maselli 04-03-2018 207

È come se nelle ultime settimane le televisioni, i giornali e le conversazioni con la gente mi avessero picchiato, periodicamente, tutti i giorni. Per farmi realizzare quanto male me la stessi passando e stendermi definitivamente ci voleva un ultimo pugno. La pubblicazione del Barometro dell’odio di Amnesty International è il proprio il colpo finale che cercavo.

Mi sento come da piccolo, quando si giocava ai picchiaduro alla Playstation, ma io ero scarso e preferivo leggere Paperinik. Così, quando comprendevo di non aver speranza di vittoria, lasciavo dolcemente morire il mio Yoshimitsu sotto i colpi del Jin Kazama di turno e, nella consapevolezza che non ci fosse più nulla da fare, trepidante tornavo a leggere in poltrona mentre gli altri continuavano ad azzuffarsi virtualmente.

Prima delle mie consuete riflessioni esistenziali a fine articolo, riflessioni che non leggerà nessuno, su cosa siamo diventati e cosa ci resterà dopo queste elezioni, scrivo prima un po’ di cronaca spiegandovi cos’è questo Barometro dell’Odio.

Il Barometro dell’odio è un’iniziativa di Amnesty International. Non mi metterò a spiegarvi cos’è Amnesty International né tantomeno cos’è un barometro. Se ne siete completamente all’oscuro siete finiti sul blog sbagliato.

Potreste chiudere questo articolo e dedicarvi ad altre occupazioni che richiedono un impegno mentale sensibilmente minore, occupazioni tipo collezionare monete, francobolli, appoggiare campagne antivaccini, fare i fashion blogger, contestare agevolazioni e biglietti ridotti in musei egizi per chi parla l’arabo, fondare partiti riesumando le evergreen ideologie anni ’20, legittimare i suddetti partiti, fare spot elettorali in bicicletta o aprire un chiosco di limonata.

Come vedete sono tutte attività interessanti, ma se siete persone sveglie e nessuna di queste attività vi aggrada (sebbene le monete, i francobolli e le limonate non siano poi così male) troverete decisamente più interessante il resoconto del Barometro dell’odio.

Il Barometro dell'odio, per la precisione, è un rapporto di Amnesty International che prevede il monitoraggio delle dichiarazioni social di 1.425 tra candidati ai collegi per le elezioni di Camera e Senato, assieme a quelle di 17 leader politici in corsa alle elezioni e dei candidati alla presidenza delle regioni Lombardia e Lazio.

E cosa mai sarà emerso da questo dal rapporto di Amnesty?

Il barometro, da un primo monitoraggio, nell’annata italiana 2017-2018 indica una totalità di oltre 500 dichiarazioni discriminatorie e/o che incitano all’odio da parte di 117 candidati che hanno contribuito a catalizzare e ad aggravare una discriminazione e una violenza già insita da tempo nella nostra natura.

Gianni Rufini, direttore generale di Amnesty Italia, presentando il rapporto 2018 sui diritti umani ci fa capire come “il nostro paese sembri concentrare più di altri Paesi europei dinamiche di tendenza all’odio”. Quella dipinta dal rapporto del Barometro dell’odio è un Italia di “ostilità, razzismo, xenofobia e paura ingiustificata dell'altro".

Stiamo parlando però di un concetto di ostilità generale che colpisce non solo i migranti, ma anche i rom, gli omosessuali, chi ha un pensiero politico diverso dal nostrp, le donne e i più poveri. Insomma c’è una parte del Paese che pensa di essere ganza, figa, italiana e cool contro “gli altri”, un’ampia fascia di persone che non merita di condividere il territorio e l'aria, perché diversi.

Riguardo il discorso immigrazione, ad esempio, il portavoce dell'organizzazione Riccardo Noury dichiara: "Rispetto all'anno precedente, nel 2017 c'è stato uno sviluppo preoccupante. La modalità già paurosa del 'noi contro loro' si è complicata con un altro elemento, quello del 'noi contro loro, ma anche contro voi che state con loro".

Non solo non riusciamo ad essere più uniti sotto diversità di opinioni, di colore della pelle e simpatie politiche, ma queste elezioni sembrano diventate per tutti una violenta corrida, il pretesto che protagonisti e spettatori cercavano, dopo anni di allevamento in cattività, per sfogare la violenza accumulata nei più svariati modi:

inneggiare a forme di epurazione etnica, brandire parole avvelenate e armi d'ogni sorta per offendere e picchiare africani che sono prima di tutto esseri umani, brandire parole avvelenate e armi d'ogni sorta per offendere e picchiare militanti politici che sono prima di tutto esseri umani, offendere pesantemente forze dell'ordine che permettono lo svolgimento di una manifestazione, fondare violenti partiti anacronistici e opporsi a questi partiti con altrettanta anacronistica e conseguenziale violenza.

E allora lascio morire il mio Yoshimitsu, mi metto sul divano col mio Paperinik e vi guardo continuare ad azzuffarvi, traendo le mie conclusioni.

Prima delle due riflessioni a fine articolo che non leggerà nessuno: Cosa siamo diventati?

Siamo stati nutriti con ideali già tramontati, promesse elettorali gigantesche, notizie di cronaca strumentalizzate e fake news. Siamo venuti su davvero bene: tori bendati che non aspettavano altro che incornarsi fra loro o, se preferite, scimmie avvolte in bei vestiti che sembrano non aver ancora conosciuto quella ragione che ci avrebbe permesso di distinguere la civiltà dalla violenza più primitiva che regna su questa campagna elettorale.

Seconda delle due riflessioni che non leggerà nessuno alla fine di un articolo troppo lungo: Cosa ci resta?

Per qualcuno il rapporto del Barometro dell’odio di Amnesty International potrebbe risultare un’analisi ovvia ma, in realtà, serve a farci capire quanto siamo scesi in basso e, soprattutto, cosa davvero ci resta.

Mentre saremo tutti lì nella mischia per vedere come va a finire, attenti ad esaltare o a demonizzare il vincitore, non ci accorgeremo che ciò che ci rimane davvero è un fomentato e violento senso di prevaricazione sull’altro, da sempre lì a consumarci e ad impedirci di capire che, in realtà, abbiamo già perso tutti, da un bel po’.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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