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Perchè Supreme è un' icona sottoculturale

Andrea Gattabuia 01-07-2019 256

Londra, 1963

Le dita scorrono veloci e quasi svogliatamente una serie di camicie, appese e ordinate sulle grucce di un espositore. Nessuna sembra destare il loro interesse. Sullo sfondo un altoparlante diffonde The Sheriff dei Modern Jazz Quartet.

Denzil batte il ritmo con un piede. - Ripasso più tardi - dice al commesso.

L’aria di Carnaby Street è fresca, insolitamente primaverile per questo periodo dell’anno. Denzil estrae una sigaretta dal trench e la infila in bocca.

- Hai trovato la camicia? -

La siluette dell'amico si riflette sugli occhiali da sole, incornati per coprire le occhiaie.

Denzil non risponde nemmeno.

 

/ Denzil Souman

 

San Francisco, California, 1973

Le ruote di uretano corrono veloci. Le ginocchia si piegano, la schiena si inarca. Un minuscolo, impercettibile attimo di tentennamento e Guy finisce sedere a terra. Ouch.

Rudy è più bravo, più sicuro, più esperto. Monta la tavola da skate come se fosse un incastro elementare e corre il fondo vuoto della piscina come se fosse una passeggiata in campagna.

Guy stringe i lacci delle Vans. Nemmeno un attimo di scoraggiamento, riempie i polmoni e si lancia di nuovo.

 

Lo skateboard è uno sport “astratto”. Non c’è un vero allenatore, non c’è uno che prende le decisioni sulle attività da fare, non c’è un’autorità. Non ci sono arbitri, punti e penalità. Solo lo skater, la tavola, la pista e il mondo. 

 

New York, 2000

Alex riempie il boccalino di incenso. Fra le labbra una canna, rollata a bandiera, incendia un altro po’ di carta e tabacco a ogni boccata. Il fumo nero sale lento, lasciando alla sue spalle un’inconfondibile aroma di marijuana.

La porta del negozio si apre. Oggi è piuttosto affollato, più di qualcuno è addirittura in fila. - Ciao, belli. -

Skate sotto il braccio, due ragazzi si dirigono verso lo scaffale delle magliette dove altri giovani stanno esaminando i nuovi articoli.

Le pareti bianche, qualche deck appeso, quadri di artisti underground. Se il giovane skater avesse mai avuto in mente un paradiso adatto a lui, beh, sarebbe stato di sicuro questo. A Lafayette Street.

 

/ Alex Corporan

 

Londra, 1963

Prendo questa.

Denzil esce dal negozietto di John Stephens soddisfatto. Alla fine ha optato per una camicia a campana larghissima, una giacca pastello decisamente attillata e una parrucca bionda, gli sarà utile per la festa di stasera.

La questione dello stile è sempre stata piuttosto delicata. Se ti vesti in un modo è perché vuoi essere riconosciuto come tale, appartenente a una cerchia, a un’identità specifica. Se sei un Mod degli anni Sessanta, se usi il tuo modo di vestire come arma dissidente, di protesta e di rottura radicale con il passato, allora la questione è ancora più delicata.

 

 

Se attacchi l’istituzione, la politica, il mondo borghese e la classe operaia da cui provieni, se proponi uno stile di vita impossibile fatto di divertimento e droghe, se fai della moda e della musica la tua ragione di vita in barba agli ideali partigiani e antifascisti dei tuoi genitori, allora la questione diventa proprio drastica.

Mettiamola così: sei un anticristo. Come ti vesti?

 

New York, 1994

- Lo apriamo qui. -

James si guarda intorno. La strada è completamente vuota se non per le minime luci che provengono da Pop Shop, dall’altra parte del viale, l’unico negozio in zona. I rumori del traffico sembrano lontani, come se non lo sfiorassero nemmeno.

Un luogo perfetto per una comunità di outsider.

E poi aprire uno skate shop a New York rappresenta una sfida, una rivincita. Non che fosse il luogo perfetto per fare trick con la tavola: il tempaccio, le strade irregolari, quel traffico, quella folla. Era sempre stata snobbata e non di poco. Ai veri affezionati toccava radunarsi fra la Banca di Brooklyn e il vecchio Ziegflied Theatre. Non sarà mica la globalizzazione a fargli smontare i loro deck.

James passa una mano sulla vetrina. È polverosa, il vetro è crepato in più punti. Però il locale è perfetto.

Il soffitto è alto, gli spazi luminosi, sarà diverso dai tradizionali skate shop piccoli e bui degli anni Novanta.  

La merce sarà disposta ordinatamente e in maniera accattivante, più simile agli atelier dell’alta moda che a quelli per ragazzi di quartiere.

Sarà un luogo accogliente e quella, signori miei, sarà proprio come una casa. Sarà la nuova casa per tutti gli skaters, principianti o esperti che siano, dello stato di New York, la grande mela degli Stati Uniti d’America.

 

/JamesJebbia

 

New York, 2000

Se qualcuno, vent’anni fa, avesse detto a Guy e Rudy che si sarebbero ritrovati, trentenni, in fila in incognito a uno skate shop a New York, di sicuro sarebbero scoppiati in una fragorosa risata. Eppure guardate.

Supreme ha costruito qualcosa di pazzesco. E non solo per il fatto che vende il top della gamma come Zoo York, Shorty’s, Independent o Spitfire, non solo per il fatto che le proprie grafiche facciano impazzire tutti, non solo per il fatto che i commessi siano skater anche piuttosto bravi ma soprattutto perché Supreme non è solo un luogo dove fare acquisti. È un punto di ritrovo, l’epicentro della scena skate locale.

Prima dei social media, per sapere quali fossero le tendenze, per confrontarsi, era necessario incontrarsi di persona. E questo piccolo negozio a Lafayette Street è velocemente diventato la clubhouse per qualsiasi skater della periferia di New York.

La comunità newyorkese è energica, colorata, divertente, unita, ancora immacolata. Gli skate park sono una roba da californiano, tutto quello che c’è a disposizione sono le strade e questi ragazzi sono un branco di lupi che azzannano l’asfalto. Dalla mattina alla sera.

Londra, 1963

New York, 1994

Sono le sei del mattino, sta albeggiando. I primi raggi del sole dipingono tutto di un meraviglioso arancione.

Denzil siede su un muretto, l’effetto dell’ultima pasticca di dexedrina sta svanendo. La serata è ormai finita, capirai. Una bella colazione lo aspetta. L’unica cosa che lo fa davvero incazzare è che qualcuno ha rovesciato del vino sulla sua camicia nuova. Vabbè, gli toccherà comprarne un’altra la settimana prossima. Però cazzo, ci aveva messo tanto a trovarla.

Guarda il sole che si affaccia timido fra le nuvole e pensa. Lo sguardo è perso, la bocca semiaperta. È ancora fatto, povero Denzil.

Pensa a come sarà il mondo fra venti, trent’anni. Cosa farà a quel tempo, come passerà i suoi giorni. Se avrà una famiglia, dei figli. Come sarà vestito. Chi saranno i nuovi giovani, cosa faranno al posto suo. Creeranno qualcosa di bello? Avranno qualcosa per cui lottare? Cadranno fra le braccia di questo sistema clientelare e schiavista? In cosa crederanno?

Ogni rivoluzione inizia da un grande rifiuto. Denzil rifiuta quegli anni difficili, quella società confusa e, promuovendo quello stile di abbigliamento e di vita, non lo sa che sta cambiando il mondo.

Non che la cultura skate possa essere assimilabile ai grandi moti sottoculturali dissidenti degli anni Sessanta ma anche loro, in qualche modo, si pongono dinanzi un rifiuto. Il rifiuto delle istituzioni, della borghesia, della speculazione edilizia, dei piani regolatori.

Lo skateboarding nasce in risposta al surf, traslando la sua funzione dal mare alla città. E come l’uomo vuole domare la natura, questi ragazzi vogliono domare la città, trovare la loro funzione non evadendo ma standoci dentro. Fra i palazzi, fra il rumore, lo smog, vincendo le barriere architettoniche e gli orrori degli appalti truccati. Vestendo con taglie troppo grandi e reinventando l’abbigliamento da lavoro, creano qualcosa di nuovo, che rompe col passato.

Sono tanti i Mod di Londra e sono tanti gli skater di New York. Si incontrano, parlano, discutono e fanno festa. Hanno un obiettivo in testa: essere giovani come nessuno lo fu prima di loro.

 

New York, 2019

Supreme è diventato grande. Lo conoscono tutti, non solo gli skater. Ha aperto negozi in più parti del mondo, è qualcosa di appetibile in quanto esclusivo. Fa gola ai grandi marchi del lusso, ha addirittura collaborato con Louis Vuitton.

In coda allo store di New York gente con lo skate e gente con le Gucci.

 

- Questi qua hanno rovinato tutto -  dice un ragazzo a denti stretti. La sua tavola ne ha viste tante, frequenta quel negozio da quando aveva tredici anni. Non sopporta tutto questo.

Cazzo se hai ragione! Esclama qualcuno alle sue spalle. Anche lui è uno dei pochi fedelissimi.

- Io sono Thomas, tu come ti chiami? - 

- Ciao, io sono Denzil. -

Supreme ha ancora assolto alla sua funzione primaria.

Nonostante tutto. 

 

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