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Cambiamento climatico: i frutti marci dell'indifferenza

Gianfranco Maselli 10-04-2019 324

Tratto da un articolo di Roberto Savio, in collaborazione conOther News – Voices Against the Tide” 
Per leggere l’articolo originale clicca qui ; 
Per la versione inglese qui



Hai presente quando la frutta marcisce, diventa tutta molliccia e le mosche ci volano sopra? Quella frutta è il nostro pianeta e il cambiamento climatico la sta facendo marcire.

Centinaia di migliaia di persone sono scese in piazza recentemente durante gli eventi #Fridaysforfuture, ma è vero che i governi sono indifferenti?


Si e lo siamo anche noi.

Tant'è che si è scatenata una vera e propria campagna d'odio contro Greta Thunberg, la sedicenne che ha dato inizio al movimento #fridaysforfuture (ne abbiamo parlato in questo articolo).


Piogge torrenziali scavano crateri per le strade, ondate di caldo improvvise divorano la  popolazione e i forti venti stanno diventando un’alternativa ai mezzi di trasporto.

Mentre il pianeta si accartoccia sopra le nostre teste a causa delle continue emissioni di Co2, noi continuiamo a vivere inconsapevolmente e ci dissetiamo con spremute di Orso Marsicano.


Formazione di un buco nell’ozono sopra il Polo Sud, osservato dalla NASA

 

“Che palle ancora con ‘sta storia del surriscaldamento globale?”


Forse il problema è proprio questo: molti continuano a ritenerlo “una storia”, una credenza popolare a cui guardare con diffidenza o da molto lontano, quasi come se non ricadesse su di noi.

Siamo inconsapevoli e avulsi da ciò che è nell’atmosfera, sopra le nostre teste.
 

In realtà il dibattito è iniziato da decenni (nel 1992) ma noi siamo come mia nonna ultra-novantenne: non sentiamo una mazza. Siamo assordati dai clacson e dalle fake-news.


Quali sono le questioni principalmente affrontate nel discorso ambientale?


L’atmosfera e le condizioni del nostro pianeta sono davvero indecenti come le strade romane?


C’è un modo per riportare l’equilibrio in un mondo che sembra condannato a deteriorarsi?


Cosa c’entra il Taiwan e perché potrebbe costituire un esempio virtuoso da emulare?


Ma, prima di tutto, cosa è successo dunque, caro Millennial, nel 1992? 

 

RIO DE JANEIRO, 1992
 

Due signori di nome Boutros Boutros-Ghali e Maurice Strong dirigono il primo summit dei capi di stato  sui problemi ambientali in assoluto, fatto di conferenze aperte per la prima volta anche a rappresentanti della società civile, oltre che ai delegati dei governi.

È il SUMMIT DELLA TERRA.


Più di 20.000 tra organizzazioni, accademici, attivisti e docenti si scambiano idee e partecipano attivamente a uno dei momenti più epocali della storia del pianeta in cui, per la prima volta, il tema dell’ambiente viene portato al centro dell’attenzione.


È qui che il nostro dibattito prende piede, con il prodotto principale generato in quei giorni in Brasile: il Protocollo di Kyoto, in vigore fino al suo naturale proseguimento, gli Accordi di Parigi di 22 anni dopo.


Ma andiamo con ordine.

“Dai zi il protocollo di Kyoto l’ho studiato alle elementari”

 

IL PROTOCOLLO DI KYOTO, 1997 – ABBIAMO RACCOLTO SOLO FRUTTI MARCI
 

Meno male che te lo ricordi almeno.

Il protocollo Di Kyoto è una di quelle cose di cui tutti hanno sentito parlare a scuola (si spera) o a via Libetta un sabato sera, magari durante una discussione con qualche finto aspirante imprenditore ubriaco convinto che fosse un film erotico giapponese. (semicit.)


In realtà è un accordo globale sul clima, stipulato da 192 paesi con l’obiettivo di tagliare le emissioni dei gas serra e i prelievi di fonti fossili, per cercare di arginare i cambiamenti climatici e il dissipamento delle risorse del nostro pianeta.

Sono passati venticinque anni e, mentre il Panel internazionale sui cambiamenti climatici (IPCC) con i suoi 2000 scienziati indica l’urgenza di stabilizzare la temperatura terrestre, ci rendiamo conto di aver colto solo frutti marci e, probabilmente, di essere destinati a collezionare altri fallimenti.

 

ACCORDI DI PARIGI, 2015 – UNA SCENEGGIATA NAPOLETANA
 

Prosecuzione naturale e “prova del 9” del protocollo di Kyoto del 1992, ha evidenziato soltanto risultati negativi e obiettivi non rispettati a distanza di 25 anni.

Le fonti fossili ad esempio, nel loro quantitativo disponibile, sono vertiginosamente scese dal 45% degli anni ’50 fino al 28%.



Foto di Patrick Hendry @worldsbetweenlines
 

Le emissioni di Co2 invece sono aumentate drasticamente.

Solo nel 2017 sono state scaricate nell’atmosfera qualcosa come 41,5 giga tonnellate di anidride carbonica ed è accertato che il 91% di questo quantitativo sia stato causato da azioni umane. 


Praticamente è come se avessimo messo in aria 19MILA palazzi di 6 piani in cemento armato.

 

Nell’ambito degli accordi, ogni paese aveva fissato i propri obiettivi ed era responsabile del loro raggiungimento, ma proprio l’eccessiva libertà e l’assenza di sanzioni per il mancato rispetto dei singoli propositi ha prodotto un atteggiamento troppo leggero e tossico.

Si erano ripromessi di aumentare la percentuale d’energia proveniente da fonti rinnovabili, peccato però che in due anni sia SCESA dal 27% al 24%.


Gli aiutini all’industria fossile invece, minacciata pochi anni prima di essere lasciata da sola affinché diminuisse le emissioni di Co2, sono stati AUMENTATI ed estesi fino al 2030 (10 anni in più della scadenza originariamente stabilita a Parigi!)

Ma non c’è da stupirsi. Non so se hai letto come fa lo sceicco del Manchester City a spendere milioni per comprare i calciatori...

 

Insomma, siamo di fronte ad una sceneggiata napoletana da Premio Oscar che tutt’oggi continua a rimanere nell’ombra.

FAKE-NEWS PRESIDENZIALI E DISINTERESSE CONTAGIOSO

Noi intanto mangiamo pop-corn e ci lecchiamo le dita, mentre sedicenti scienziati conquistano lo spazio mediatico affermando che la responsabilità del problema climatico è avulsa dalla mano dell’uomo e i governi che fanno altrettanto, propagando un disinteressamento contagioso.

Questo uno degli ultimi tweet di Trump
, dove millanta che gli USA abbiano l’aria più pulita del mondo, con tanto di grafico PHOTOSHOPPATO (leggi questo articolo per credere) :





 

Dopo aver apostrofato il surriscaldamento globale come una “bufala Cinese, Trump cerca di riaprire le miniere di estrazione per mantenere il consenso dell’industria fossile Repubblicana e accaparrarsi i voti di operai che hanno perso un lavoro obsoleto.

L’Europa sembra seguire il suo esempio, ignorando gli accordi di Parigi e condannando la salute e la coscienza delle generazioni che verranno.

Di pari passo con i governanti anche i cittadini sembrano insensibili e disinformati.


Infatti, nei sondaggi popolari su 16 temi proposti, la massa antepone costantemente priorità come “buona istruzione”, “lavoro” o “stabilità economica” lasciando per ultimi “ambiente” o “cambiamenti climatici” e mostra di non conoscere le tipologie di emissioni esistenti che concorrono a causare l’inquinamento.

Anche tra gli stessi giovani paladini del clima che scendono in piazza l’ignoranza è dilagante:

 



Un’arma in più per quei politici della sceneggiata napoletana.

Comunque, caro Millennial, la Co2 non è l’unica colpevole.

 

È bene che il dibattito globale sul clima cominci a parlare, ad esempio, anche di allevamento e sovra-pesca come concause dell’inquinamento, smettendo di concepirli come concetti da vegan-hipster-radical chic da Circolo degli Artisti.

 

ALLEVAMENTO INTENSIVO, SOVRAPESCA E IMMIGRAZIONE CLIMATICA.


In poche parole: quello di cui i media non parlano.

Per produrre mezzo chilo di carne si consumano 10.000 litri d’acqua (l’equivalente di 2 mesi di docce, se ti lavi prima di puzzare).

L’allevamento e la macellazione del bovino utilizza circa il 33% dell’acqua mondiale e, ovviamente, quasi la metà del suolo globale, costantemente INACIDITO anche dal pascolo intensivo e dagli escrementi.

Praticamente stiamo sommergendo il pianeta con un mare di merda.


Mentre il consumo di carne aumenta e diventa simbolo di benessere sociale per i paesi più ricchi, anche la pesca si fa sempre più estrema generando un impatto enorme sul suolo marino e sul nostro ecosistema


Dal CIWF Italia – campagna macellazione 

 

 

Nonostante il 13 Dicembre 2017 a Buenos Aires si sia tentato di raggiungere un accordo per limitare sia la pesca illegale sia l’uso delle reti a strascico, appare ancora impossibile limitare lo spreco.

Secondo la FAO
il 90% delle riserve di pesce è completamente sfruttata o sovra-sfruttata a livelli biologicamente insostenibili.

Ogni ora vengono pescate dagli oceani circa 9.000-10.000 tonnellate di pesce, che è
come tirare su dal mare 14.000 mucche all’ora.
Tra l’altro, 1 pesce su 3 tra quelli pescati non arriva in tavola perché viene rigettato in mare o marcisce prima.

Inoltre, ogni anno vengono concessi miliardi di dollari di sussidi all’industria della pesca ma chi gestisce i pescherecci non si preoccupa di farlo in modo sostenibile e questo causa una perdita stimata di 50 miliardi annui per il settore.
Mancano regolamentazione e tracciabilità della filiera.


L’oceano non riesce più a sostenere i nostri ritmi di sfruttamento.

 


Dal rapporto sulla sovra-pesca del WWF

 

Tutto ciò concorre a alimentare sbalzi climatici, siccità, uragani, surriscaldamento che fanno del nostro pianeta un posto sempre più inospitale.


Secondo le Nazioni Unite, nei prossimi anni, 800 milioni di persone saranno costrette a lasciare il proprio paese perché INVIVIBILE per cause ambientali alimentando l’immigrazione climatica, fenomeno in realtà già in atto da tempo ma completamente invisibile alla cronaca e alle chiacchiere da bar sugli immigrati che scappano da finte guerre e che ci rubano il lavoro. Negli ultimi giorni però, grazie a un’analisi delle statistiche migratorie, i climatologi hanno dimostrato il fenomeno.

 

Clodagh Kilcoyne/Reuters
 

Nel disinteressamento generale e nella mancanza di consapevolezza c’è però un esempio virtuoso che, nella notte più buia, potrebbe rappresentare una strada da emulare: il Taiwan.

 

IL VIRTUOSISMO DEL TAIWAN


Una delle nazioni forse più colpite dall’aumento delle temperature, dalla siccità e dalla conseguenziale crisi del settore energetico idroelettrico sta portando avanti delle politiche energetiche di economia verde ampiamente promosse per la loro sicurezza, sostenibilità ambientale e equità sociale.

“Che sta combinando il Taiwan, un paese così tanto sconosciuto a stati e genti che, al confronto, il Molise è una fashion blogger?”


Il Taiwan ha approvato una legge sulla riduzione dei gas serra che verte su 6 settori: energia, produzione, trasporti, sviluppo residenziale e commerciale, agricoltura e gestione ambientale.
Per farlo si avvale di talenti locali e stimola la cooperazione fra agenzie governative locali e centrali.

Ylan Lanyang museum

 

La percentuale di energia generata da fonti rinnovabili è sensibilmente cresciuta.


Il paese prevede di generare in mondo pulito almeno il 20% dell’energia entro il 2025 e, mentre offre ai cittadini sussidi per incoraggiare la sostituzione dei vecchi veicoli con auto elettriche, la dipendenza dal carbone viene progressivamente ridotta e le sue strutture chiuse.


Come un asiatico che nei video su Youtube è sempre più bravo di te in qualsiasi sport o strumento musicale, il Taiwan ci dà dentro per fare sempre meglio, dando una bella lezione al mondo intero anche in materia di economia circolare e riciclo.

Negli ultimi dieci anni ha registrato un’ascesa a dir poco enorme nel suo tasso di recupero, portandolo al 52,5% nel 2017, una percentuale altissima seconda solo alla Germania e all’Austria.

 

Il 95% delle bottiglie di plastica viene riciclato ed utilizzato davvero per qualsiasi cosa, anche per le divise calcistiche.

Agli ultimi mondiali metà delle 32 squadre indossava maglie provenienti dal Taiwan che, in un’altra vita, erano proprio bottiglie!

 

Un risultato stupefacente ma anche umiliante per noi se ci fermiamo a pensare a quante, giornalmente, ne accartocciamo e buttiamo senza esitazione.


Foto di @simson_petrol


Il Taiwan è un paese ricco di risorse che è stato, per lungo tempo, isolato nel dibattito e ingiustamente ignorato pur meritando un ascolto costruttivo, un po’ come il nostro pianeta da ormai troppo tempo assente ai nostri occhi e silente nei nostri dibattiti.


E tu che ne pensi?

Abbiamo già attraversato un punto di non ritorno climatico o possiamo ancora garantire un pianeta abitabile per noi e le generazioni future?


Non sappiamo davvero più dar voce alla nostra Terra o discutere della sua salute senza che questa ci mostri il suo imminente disfacimento attraverso intemperie esagerate, cataclismi e surriscaldamento globale?


Le politiche energetiche e di riciclaggio del Taiwan possono rappresentare una linea guida per altri paesi?


Continuiamo a goderci una decade di decadenza e di inconsapevoli chiacchiere da bar o posiamo il nostro drink per avviare un dibattito costruttivo sul cambiamento climatico?

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