#BEMILLENNIAL
Login Link Facebook Link Instagram

Il calcio femminile non è una gara contro i maschi

Giulia Polidoro 08-07-2019 36

Non sono forti come Ronaldo. Non sono tattiche come l’Ajax di Ten Hag e nemmeno invincibili come l’Italia del 2006. Non sono come gli uomini e non lo saranno mai. Perché non sono uomini.

Nessuno si sognerebbe di fare un paragone tra Serena Williams e Roger Federer. Tutti hanno gioito alle vittorie femminili ai mondiali di pallavolo anche se nessuna schiacciava come Zaytsev.

Ma l’Italia è un paese di opinionisti e se c’è una cosa nella quale siamo tutti professori (oltre alla preparazione della pasta alla carbonara) è il Calcio, la religione nazionale, di cui potremmo snocciolare scudetti vinti all’ultima giornata e ingiustizie arbitrali come preghiere del rosario.

 

“Gli uomini in prima categoria sono più forti” hanno detto quelli la cui virilità è talmente fragile da venire minacciata da undici donne che rincorrono un pallone.

“Un gioco meno bello, ma più romantico” hanno risposto i giornalisti e gli esperti quando volevano scrivere un articolo apologetico che si opponesse al machismo del web. Come se queste ventitré campionesse, che sono entrate al Mondiale a testa bassa ma sono riuscite a far tremare anche le grandi, avessero avuto bisogno di giustificazioni.

Non serve un occhio esperto per capire che il calcio giocato dalle donne è completamente diverso da quello di Messi e Ronaldo, non solo per le capacità tecniche, ma soprattutto nel gioco. Un calcio meno preciso, più lento e forse più tattico, che non si propone di imitare alla buona quello maschile, ma piuttosto di adattarlo alle caratteristiche fisiche delle giocatrici. Il complemento di paragone non regge, non soltanto per il dislivello tra i due sport, ma per le evidenti differenze strutturali che li contrappongono.

Proprio per questo la nazionale femminile non dovrebbe essere un motivo per ingaggiare una guerra maschi contro femmine.

 

 

Perché lo sport è di tutti ed è per tutti. Perché alimentando continuamente le polemiche sessiste (da una parte e dall’altra), in questa edizione del Mondiale ci siamo privati della possibilità di emozionarci tutti insieme di fronte a una squadra straordinaria. Una squadra che a ogni partita si è ritrovata contesa in mezzo a una lotta fra sessi che non le apparteneva e che è stata costretta a vincere i pregiudizi prima ancora di battere le avversarie.

 E mentre noi eravamo ancora a discutere se ne vada fatta oppure no una questione di femminismo, loro hanno risposto sul campo. Non da simboli ideologici, né da femministe, né da donne. Da squadra di calcio: l’unico appellativo che calza loro alla perfezione.

E senza clamore, portavoce di una riforma del calcio femminile italiano che è arrivata troppo tardi (ma che sta lasciando il segno), hanno conquistato punti, qualificazioni e record di share in tv.

Perché può darsi che qualcuno le avrà guardate per ragioni di femminismo, qualcun altro per confermare la propria tesi che non è uno sport per donne, ma le abbiamo guardate tutti.

 

 

Ci hanno messo un attimo (e tanti sacrifici) per entrare nell’Olimpo delle grandi squadre di calcio femminile ed è chiaro che non hanno intenzione di andarsene da nessuna parte. Con la stessa tenacia e grinta basterà ancora meno per far innamorare anche gli ultimi scettici.

Perché noi italiani saremo anche polemisti da poltrona, ma prima di qualsiasi altra cosa amiamo sentirci orgogliosi di ciò che siamo.

Barbara Bonansea e compagne di motivi per farci sentire orgogliosi ce ne hanno dati tanti. Partecipando a una gara in cui alla fine vince soltanto chi mette più volte la palla in rete.

Femmine contro femmine.

Condividere un'idea significa renderla più forte e quando un'idea prende forza la sua eco può raggiungere luoghi lontani...
Condividi con gli altri e prendi parte a questo grande movimento! #bemillennial

TENDENZE