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Storia di una bambina che non conosce i colori

Monica Pennacchio 03-05-2020 40

“Ho sempre amato scrivere.
Pensare ad una penna che scorre veloce su un foglio, mi fa sentire viva.
Ci avete mai pensato a quante parole possano descrivere ogni cosa?
Le parole descrivono perfettamente ogni stato d’animo, ogni situazione, ogni avvenimento e tutto questo possiamo racchiuderlo in tantissime pagine bianche.
Ci faccio spesso caso quando magari ho tanta di quella tristezza e rabbia dentro, che buttandola su quattro righe sembra acquistare vita, senso. Sembra acquistare tutto ciò perché la penna è un po’ il mio rifugio, quello che ci tiene un po’ più caldi e io ho sempre trovato un “posto” scrivendo. Forse così oltre alle lacrime, riesco a buttare fuori il malessere e la tristezza, che nonostante tutto, la quotidianità, il far finta che vada tutto bene, che non ci penso, avvolge il mio cuore.”


Queste sono le parole di Zoe, una ragazzina di 14 anni, che ogni giorno sul diario della sua vita racconta ciò che le accade. Dalla sua nascita si trova catapultata in un mondo, che molto probabilmente, non le appartiene davvero. In effetti vive all’interno di un mondo popolato da anime senza volto, senza emozioni, senza espressioni. La città in cui trascorre la sua esistenza è piena di campi tutti neri, le scuole sono nere, le case sono nere, i ristoranti sono neri come quando si chiudono gli occhi e si vede quell’oscurità profonda, che spesso fa paura. Le persone, al contrario, sono bianche, bianco latte che acceca gli occhi, bianco luce, bianco come il gesso e quando piove il cielo è grigio. Nessuno ha mai capito se esistano altri colori e tanto meno Zoe; non ha mai conosciuto i suoi genitori e non ha mai trovato un amico con il quale poter condividere questo suo malessere. La vita in questa città assomiglia a quella di un carcere, dove ogni cosa che viene detta o fatta è sempre sbagliata, criticata, cambiata. Il silenzio avvolge le strade coperte di neve, dove gli umani camminano senza interrogarsi sul loro destino, tranne Zoe. Zoe cerca di interrogarsi sul perché questo mondo sia così strano, così spento avvolto da questa dicotomia bianco/nero che proprio non riesce a capire.

 

Un giorno decise di uscire dall’orfanotrofio in cui viveva e di fare una passeggiata, di incamminarsi per andare il più lontano possibile. In un vicolo incontrò uno strano uomo, che appena la vide iniziò a scappare. Zoe lo rincorse e quando finalmente riuscì a prendergli la mano l’uomo improvvisamente si girò e le disse: “mia cara bambina non posso spiegarti né chi sono né da dove vengo, ma posso darti in dono questo.”
L’uomo fuggì di nuovo e Zoe si ritrovò fra le mani una piccola radio.
Arrivata a casa cominciò a cercare di farla funzionare, e dopo numerosi tentativi, la radio si accese e per la prima volta iniziò a sentire la musica. Nel mondo in cui viveva la musica era vietata e nessuno possedeva aggeggi simili, che potessero riprodurre note, parole, melodie. Iniziò a piangere, si rese conto che in quel mondo tutto ciò che c’era di più bello era severamente vietato, pianse perché il vecchio uomo fuggì e sapeva che non lo avrebbe più incontrato. Pianse perché nulla riusciva a farle credere che potesse esserci qualcosa oltre il bianco e il nero, pianse così tanto che le sue lacrime finirono sulla piccola radio colorandola di rosso.

 

Zoe si accorse che il dono di quel vecchio non era stato vano, anzi rappresentava la luce nel tunnel, la speranza che tanto desiderava dalla sua nascita. La radio iniziò a colorarsi di più colori, a produrre numerose melodie e Zoe si mise a ballare: girava intorno alla sua stanza, saltava, correva, urlava, piangeva, era felice, era triste. Uscì di corsa e si mise a cercare, si chiese dove e se potesse rincontrare la sua speranza per potergli chiedere a cosa servisse quella radio e soprattutto perché fosse stata donata proprio a lei.
Perché le sue lacrime fecero colorare quell’oggetto? Cosa mancava veramente a Zoe: un mondo a colori o un mondo da poter condividere con qualcuno? Sono cose che nessuno sa. 

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